Le personalità asteniche e la “stanchezza cronica”

“Ogni personalità tende ad elaborare i sentimenti dando rilievo ad un nucleo particolare di stati emotivi. Questi vengno a caratterizzare il suo essere ed il suo apparire agli altri, in modo preponderante e distintivo.”

(G. Giacomo Giacomini)


Ogni sentimento, per essere adeguatamente compreso e interpretato in tutte le sue declinazioni e sfumature dialettiche, deve essere sempre correlato a tutti gli altri stati emotivi presenti nel contesto interiore del soggetto. Soprattutto deve essere sempre riferito all’Io, principio fondamentale ed unitario della personalità.
Questi presupposti possono riguardare, in primis, le cosiddette nevrosi (o “personalità psicopatiche”), che, secondo Kurt Schneider, sono varianti solo quantitative dei sentimenti universalmente presenti in tutti i soggetti, senza che si possa parlare di una patologia in atto in senso medico.


Infatti, anche nelle persone apparentemente equilibrate, si possono registrare particolari tendenze, propensioni, inclinazioni verso l’uno o l’altro dei quadri di personalità che cercheremo di descrivere e, soprattutto, di approfondire dialetticamente.

Questo discorso può essere di aiuto, di chiarificazione e di invito al confronto per ogni soggetto, nella sua assoluta unicità. Spesso ci accontentiamo di un apparente equilibrio, senza approfondire certe fragilità di cui siamo, in fondo, consapevoli , a meno che intervengano situazioni particolari che ci costringano a riconoscere le nostre inadeguatezze. Il nostro “apparente equilibrio” sembra allora incrinarsi in modo angosciante, ma può essere sempre una base di partenza per problematizzare se stessi, ricercando la nostra vera identità.

Gli astenici


Etimologicamente il termine “astenia” deriva dal greco astheneia, cioè mancanza di forza, senso di stanchezza e di debolezza cronica, stati tipici sia degli “isterici” (di cui parleremo) che delle personalità tendenti alla depressione.


Generalmente gli astenici presentano tutta una serie di sintomi aspecifici, non riconducibili ad un’origine precisa; in assenza di cause organiche accertate, si ipotizza un’eziologia psicogena.



Spesso, già ai primi contatti, questi pazienti appaiono molto lamentosi, dicono di accusare tutta una serie di disturbi, che, generalmente, poi espongono con una particolare enfasi, ripetendo gli stessi dettagli più volte: accennano a dolori in varie parti del corpo, difficoltà di concentrazione, problemi di memoria, mancanza di respiro, senso di debolezza…

In certi casi, essi concentrano la loro attenzione su organi fissi e precisi, in altri casi, tendono a variare di continuo l’oggetto del loro timore ansioso. Spesso. iniziano ad avvertire questi sintomi in seguito a sollecitazioni esterne come ad identificazioni con i problemi collegati ad altri.


Gli “isterici”


Molto si potrebbe dire sugli “isterici” che, nell’immaginario storico collettivo, sono coloro che “simulano”, più o meno inconsciamente, sintomi inesistenti o li enfatizzano molto. Per questo, il termine “ isterici” ha assunto storicamente un’accezione negativa e svalutante, connotata, da parte dell’ambiente, di fastidio, di insincerità e di compatimento.

Schneider contestava questa comune accezione del termine “ isterico”, notando come fosse usato spesso a sproposito. Nel tempo questa tendenza si è accentuata e diffusa: attualmente, si usano troppo facilmente termini come “isterico” o “borderline”, definizioni aspecifiche, che confermano una diffusa superficialità terminologica, in campo clinico, che si giustifica con una altrettanto imprecisa “diagnosi differenziale”.

Bisogna, invece, approfondire caso per caso, senza cadere in facili etichette che rivelano, in primis, una superficialità di approccio ad ogni personalità in questione.

Il rapporto tra mente e corpo

In condizioni normali si potrebbe affermare che il corpo non sia avvertito come un problema, risultando del tutto sintonico con il nostro modo di sentire e di agire. Pertanto, quando un soggetto focalizza l’attenzione, in modo ripetuto ed accentuato, soprattutto sulla propria sfera corporea o su aspetti particolari della sua normale fisiologia, si deve presupporre in lui l’esistenza di un “problema” a livello psichico.

Se un individuo, infatti, anzichè aprirsi con interesse al mondo esterno ed all’ambiente in cui vive, si estrania, restando prevalentemente concentrato su alcuni suoi fenomeni corporei, ci troviamo in presenza di una complessa problematica psicologica.

L’astenico tende a percepire i suoi presunti sintomi in modo distorto ed allarmante, rivelando così la presenza di un sottostante disagio psichico, che meriterebbe sempre, caso per caso, una seria attenzione psicologica.

Generalmente, invece, questi “ malati immaginari” suscitano atteggiamenti di insofferenza e di facile derisione nel proprio ambiente familiare ed in quello sanitario. Oppure possono provenire da famiglie di personalità molto ansiose ed ipocondriache, per cui si verifica un reciproco e circolare rinforzo di questi sintomi, generalmente “ astrusi”.

La letteratura ci presenta famosi esempi storici come “Il malato immaginario” di Molière, che, pur dietro toni farseschi, lascia trasparire un senso profondo di solitudine e di sfiducia negli altri e, in particolare, nella classe medica, incapace di “comprendere” il vero dramma di questi “malati non malati”.

I comportamenti astenici.

Gli astenici tendono ad essere estremamente ripetitivi nelle loro ideazioni e si rivelano, quindi, dei pazienti assai pesanti ed impegnativi per i medici curanti, a partire dal medico di base, continuamente e fastidiosamente interpellato per il minimo loro problema.

Dal medico di base, questi pazienti spesso sono mandati a vari specialisti, compreso lo psichiatra, che, in molti casi, non riesce ad inquadrarli in modo adeguato.

I pazienti astenici esibiscono normalmente una serie di lamentazioni fisse, che espongono in modo molto particolareggiato. Tipico è l’uso di metafore, che sottolineano il loro atteggiamento ansioso. Essi generalmente traggono poco vantaggio dai farmaci sintomatici che vengono loro prescritti, al fine primario di alleviare il loro stato ansioso.

Giungono, quindi, allo psichiatra per disperazione del medico di base, finendo per rappresentare un serio ed assillante problema per numerosi specialisti, esasperati da insistenti, drammatizzate chiamate telefoniche e da urgenti richieste di farmaci.

È chiaro che si tratta di “disturbi ipocondriaci”, cosidetti funzionali, esasperati da uno atteggiamento di costante autosservazione e da un senso di grande vulnerabilità.

I sintomi somatici

Le manifestazioni di disagio emotivo possono essere localizzate su vari organi del corpo, apparentemente in modo casuale, ma, in realtà, secondo un preciso linguaggio del corpo, che li collega a particolari ed esasperati stati emotivi.

Significativa è la costante ricerca di attenzione e di rassicurazione da parte dei familiari e delle persone vicine. Difficile trovare un atteggiamento idoneo: si dovrebbe trovare un modo equilibrato tra sdrammatizzare troppo e coinvolgersi eccessivamente. Soprattutto i familiari sono, di solito, troppo coinvolti per assumere un comportamento equilibrato.


Impropriamente si parla spesso, a questo proposito, di “esaurimento nervoso” o di “ipocondria”. Infatti, un tempo, miticamente, si localizzava nell’ipocondrio, regione basso addominale, questo particolare stato di allarme, di fragilità e di pericolo di morte. Spesso questi stati si accompagnano anche a reali sintomi dolorosi, pur senza la presenza di un correlato organico e possono essere localizzati in diverse parti del corpo.


Eziologia


Quale potrebbe essere l’eziologia di tali disturbi? Intanto verifichiamo che il soggetto, a causa dei suoi problemi, progressivamente perde il contatto con la propria abituale razionalità e con la stessa realtà esterna ed interna, perfino con i propri affetti familiari. Si chiude progressivamente alle relazioni sociali, sempre dominato da questa forma di deviata attività psichica.


Si parla, infatti, della “perdita dell’immediatezza” cioè della normalità delle proprie percezioni, della genuina freschezza tipica delle emozioni immediate, del senso di “appartenenza al mondo”, condiviso con gli altri vicino a noi ed idealmente.

Il soggetto astenico resta chiuso nel suo bozzolo di percezioni alterate, in una posizione di allarme costante e di assoluta vulnerabilità, per cui le relazioni con gli altri risultano estremamente ridotte, sminuite di senso, sottovalutate, se non quasi inesistenti.

I “piccoli astenici”

Compilando l’anamnesi di molti pazienti adulti, si evince chiaramente come tale esagerata attenzione ai propri sintomi corporei fosse già presente in età infantile, nei cosiddetti “ piccoli astenici”.

Di solito, questi ragazzini manifestano atteggiamenti di “paura di essere ammalati” o di “essersi fatti male”, soprattutto a partire dall’inizio dell’età scolare. Essi appaiono, spesso, stanchi, svogliati, si auto-osservano di frequente, accusano sintomi vari, soprattutto gastrointestinali, si misurano spesso la temperatura, chiedendo insistentemente alla madre di poter assentarsi da scuola.

Il collegamento con l’esperienza scolastica è sempre da tener presente: per questo la nostra scuola, attraverso l’Associazione psicopedagogica “Paideia“, attribuisce notevole importanza a certe reazioni psicosomatiche che denotano un disagio all’interno di questa fondamentale esperienza educativa e sociale.


Molte volte, tali piccoli astenici hanno madri apprensive, che si allarmano facilmente e spesso drammatizzano i loro stessi sintomi organici e quelli dei familiari, quasi vi fosse un inconscio e contraddittorio tropismo verso lo stato di malattia. Il figlio, anche attraverso un linguaggio non sempre verbalizzato, assimila questi sentimenti di timore e di diffidenza nei confronti della sfera corporea e dei suoi fenomeni.


Inoltre, si aggiunge spesso un difficile adattamento all’esperienza scolastica, innescando così tipici comportamenti, per cui i bambini si rendono conto di poter ottenere, tramite i loro malesseri, una sorta di “ immunità”, cioè l’interessamento trepidante e le cure affettuose delle madri e dell’ambiente familiare. Accade così che, spesso inconsciamente, siano portati a ricercare e ad accentuare i loro sintomi, di cui pure essi stessi si preoccupano. In genere, si tratta dei ben noti, cosiddetti “vantaggi secondari” delle malattie, fenomeno molto diffuso ad ogni età, in diverse tipologie di soggetti ed in tutte le fasi della vita.
Spesso l’attenzione di questi pazienti si focalizza ripetutamente su “una parte precisa del corpo”.

A differenza della personalità ossessiva, che riconosce come distoniche ed intrusive certe proprie forme coatte di ideazione, cercando, pur spesso senza successo, di eliminarle, l’astenico tende a polarizzarsi totalmente su una parte del proprio corpo o su un processo fisiologico in atto, mostrandosi molto “sintonico” con questi suoi pensieri ansiosi.


Infatti, a volte, questo tipo di paziente tende a voler prevalere sul medico stesso, nullifica la diagnosi formulata ed insiste: ”Ho male qui, non è normale, dottore, mi deve curare per questo! Sento che è una cosa grave.”


Di solito, non è presente in questo genere di soggetti un vero stato depressivo, nel senso propriamente clinico, quanto una diffusa sensazione di vulnerabilità, di debolezza e di stanchezza cronica. Il paziente, a prescindere dalla comparsa dei sintomi, si sente sempre “un po’ giù, “malato”, vulnerabile più degli altri e soffre di non essere ascoltato ed oggetto di attenzione e di cure affettive.

Dipendenza da farmaci


Un rischio molto diffuso, in questo tipo di pazienti, è che si possa sviluppare una vera e propria dipendenza da farmaci, analgesici e soprattutto oppioidi. Secondo Schneider, la maggior parte dei morfinomani sono fondamentalmente personalità asteniche. Spesso vi è la ricerca di un’automedicazione, per quanto inadeguata. Si tratta di vissuti corporei percepiti come minacce assillanti ed insopportabili, proprio per il carico di angoscia e di aspettativa catastrofica ad essi collegato.

Errori da evitare

In certi casi, il medico può fare l’errore di diagnosticare questi casi come pazienti depressi, spesso con la conseguenza di innescare vere e proprie malattie iatrogene (nel caso di un uso improprio di antidepressivi e di ansiolitici).

Questa esposizione intende sottolineare l’importanza di non “standardizzare” mai i sentimenti, ma di approfondirli sempre in tutte le loro correlazioni interne, sia nelle loro caratteristiche più sfumate e latenti sia in quelle di più esasperata drammatizzazione.

Lascia un commento