Le personalità ipertimiche e le personalità depressive

Gli “ipertimici”

Sono soggetti tendenzialmente allegri, di solito benevoli, attivi, inconfondibilmente ottimisti. Nessuna esperienza negativa sembra poterli scalfire più di tanto , come se, al loro interno, avessero una personale corazza.

Tutti noi abbiamo conosciuto, nella nostra esperienza sociale, soggetti che possono rientrare in questa descrizione, ognuno con proprie modalità comunicative. La loro stessa espressione denota questo senso di apertura, di ottimismo e di calore, spesso contagiosi.

Essi vivono in una disposizione psicologica tale per cui sono soliti considerare prevalentemente i lati positivi del presente e confidare spontaneamente nel futuro. Spesso proprio la grande fiducia in se stessi, che li porta a valutare con superficialità le proprie reali capacità, induce in questi individui stati di leggerezza, a tratti, euforia, faciloneria , anche di fronte alle vere problematiche della vita, sottovalutando anche situazioni irte di insidie e di difficoltà.

La realtà esterna non li ostacola mai, perché facilmente avvertono una naturale sintonia con gli altri, proprio per la loro visione valorizzante di se stessi : si crea una perfetta sintonia tra se stessi, il mondo esterno, l’esistenza.Sono tutte qualità che sembrano favorire un buon adattamento del soggetto al suo ambiente sociale, anche se, come vedremo, non sempre è così.

Costituzione fisica

Kretchmer sottolineava come l’ipertimico spesso presenti una costituzione “picnica”: tronco tondeggiante, arti poco sviluppati, spalle esili e piuttosto gracili.

A volte ha caratteristiche vulcaniche ed speansive; talora però si presenta come il cosiddetto ma anche presentarsi come i cosiddetti “pensatore calmo”, che si comporta, in ogni circostanza, come avesse risorse personali che li protegge dall’urto violento col mondo esterno.

In certi casi, questi soggetti possono essere gaudenti, edonisti e mondani, ponendo la ricerca del piacere come massimo e primario valore.


I “querulomani”

Come in tutte le tipologie, anche tra gli ipertimici si può assistere ad una sfumata gradazione di stati emotivi: comportamenti che potevano definirsi gradevoli per se stessi e per gli altri, finiscono per diventare, all’estremo opposto, seriamente problematici e spesso veramente esasperanti.


A differenza dei “fanatici” che, in modo rigido ed indefesso, fanno della loro vita una strenua ed infaticabile battaglia per i loro ideali, denunciando appassionatamente molte ingiustizie sociali, i “querulomani ipertimici”, spesso polemizzano con gli altri, ma solo in modo molesto, rissoso, petulante, comportandosi da classici attaccabrighe e piantagrane.

Infatti, essi facilmente possono sollevare polveroni, questionare con passione; in seguito, altrettanto facilmente, “passa tutto” e, prima di quanto si potesse prevedere, essi si riconciliano con l’avversario, che non sentono più come nemico.

È come se improvvisamente quella forte carica aggressiva fosse scemata e non ne restasse più alcuna traccia. Anzi, generalmente, l’ipertimico tende a stabilire una relazione molto intensa con il suo precedente avversario, perché è irresistibile in lui il bisogno di comunicare, di integrarsi e relazionarsi con tutti.


Le caratteristiche dominanti dell’ipertimico sono, quindi, un’innata cordialità, ma anche una forma tipica di incostanza e di superficialità: essi spesso tendono a dare giudizi affrettati e poco meditati, mostrandosi impulsivi ed anche particolarmente intolleranti nel reagire alle frustrazioni.


Il soggetto ipertimico è un vulcano di idee e di progetti, anche sul piano lavorativo, spesso trascinato da entusiasmi che si rivelano però effimere fiammate. Per questo può cambiare spesso lavoro, punti di vista, partiti politici, ambienti sociali. Può essere definito il classico “voltagabbana”, ma non c’è mai un intento utilitaristico nei suoi repentini cambiamenti.

Tutto il suo mondo ideativo, semplicemente, può cambiare all’improvviso, senza che questo gli crei grande disagio e ripensamenti. Egli, infatti, non è costitutivamente portato a riflettere, a confrontarsi con se stesso o con altri e tantomeno ad esercitare forme di vera autocritica, perché non approfondisce dialetticamente nessuna esperienza personale.

E’ sempre trasportato da un suo “flusso vitale” velocissimo, che gli impedisce ogni pausa di riflessione e l’insorgenza di qualunque forma dubitativa.

Questo soggetto vive con iniziale interesse, a volte entusiastico, percorsi formativi, lavorativi, culturali, che poi, però, interrompe bruscamente, senza una particolare motivazione da dare agli altri e, soprattutto, a se tesso.


Allo stesso modo, egli non drammatizza mai eventuali delusioni e fallimenti, perché semplicemente cambia spesso campo di interesse e questo avviene senza mai conflitti e ripensamenti. Infatti, questi soggetti tendono ad avere sempre un giudizio superiore ai loro reali meriti ed a confidare spontaneamente nel sicuro successo delle iniziative che intraprendono.

Spesso arrivano ad essere i classici fanfaroni, gradassi, millantatori, che finiscono per credere loro stessi a quanto vanno raccontando agli altri.

Esempio della letteratura classica è il “Miles gloriosus” di Plauto, sempre esagerato nelle sue millanterie, riguardanti imprese belliche ed amatorie, in letteratura antesignano di Capitan Fracassa e di Don Giovanni…tutti personaggi comici e patetici, allo stesso tempo, nella loro costitutiva e paradossale fragilità.

Distinzione tra “ipertimici” e “amorali”

Questi soggetti, nonostante certi loro discutibili comportamenti, non vanno confusi con gli amorali o con i criminali lucidi.

Tra l’altro, gli ipertimici mancano proprio di quella capacità di pianificazione meticolosa e strategica, che necessita al vero delinquente per perpetrare i suoi crimini.

Il criminale, infatti, prepara con freddezza scientifica il suo piano delittuoso e può contare anche su tutta una rete illegale con cui è solito rapportarsi. Inoltre, il vero delinquente sa mentire molto bene, raggirare e strumentalizzare chi lo circonda, soprattutto perché manca totalmente di senso morale e di empatia sociale.

Gli ipertimici, invece, sopravvalutano facilmente la loro “innata fortuna”, e, sottovalutando ogni rischio, “si buttano” in ogni esperienza, trascinati sempre dalla loro impulsività e da una forma di incrollabile presunzione.


Questi soggetti, spesso, sono stati, in età evolutiva, ragazzi irrequieti, sempre agitati, indisciplinati, segnalati a scuola ed in ogni altra associazione educativa perché sembravano “non placarsi mai”. Anche il loro apprendimento è discontinuo, caratterizzato da una mancanza di concentrazione e di riflessione approfondita. Sembrano presi da “ fiammate di interesse”, che poi decade, con conseguenti cali di rendimento.

A volte, proprio a scuola, tormentano e tiranneggiano i ragazzi più timidi e silenziosi, ma non tanto per sadismo quanto per contagiarli con il loro esagerato attivismo, non sopportando la loro abituale serietà e riservatezza.


Bleuler parlava di “idiozia di relazione”, ma, da un punto di vista dialettico, si può parlare, con più precisione, di “insufficienza empatica” e di “problematicità relazionale”, a causa propriamente di questa loro instabilità emotiva e di questo vivere ogni esperienza sempre “di corsa”, già attratti da altri obiettivi.

Spesso, la loro impulsiva estroversione provoca la mancanza di una vera, approfondita relazione con l’altro, nonostante la loro istintiva estroversione.


Gli ipertimici sono, in genere, dotati di eccessiva autostima, spesso sproporzionata ai loro obiettivi meriti e, soprattutto, non sono disposti, in ogni loro iniziativa, a seguire un “metodo”. Per loro vale la formula: “Tutto e subito”.

Scrive Schneider: “Non è una questione di intelligenza che li porta inevitabilmente allo “scacco”, quanto la loro troppo ottimistica ed irrealistica tendenza a cimentarsi in sfide che non possono vincere. Anche se sono naturalmente inclini alle relazioni, spesso mancano quello spessore e quella capacità di sviluppare un rapporto dialogico profondo.

Inoltre una distorta e superficiale dimensione relazionale li motiva spesso ad eccedere ripetutamente in atteggiamenti ingenui, irriflessi ed incongrui, che gli altri non possono condividere. I rapporti tendono ad essere molteplici, quanto superficiali: per questa tipica superficialità, finiscono per non essere neppure veri amici di se stessi.

Il problema dell’alcolismo

Spesso gli ipertimici ricorrono all’alcol, soprattutto per le sue proprietá euforizzanti, che ricercano intensamente come un potenziamento del loro innato entusiasmo, della loro apertura relazionale, del senso di convivialità che li caratterizza.

Essi spesso non bevono per placare l’ansia, la depressione o per colmare quel tipico senso di vuoto, di inadeguatezza e di disagio interiore, che porta spesso i comuni alcolisti a stordirsi e a rifiutare la vita normale.

I confini tra queste diverse problematiche personologiche possono essere però talora sfumati ed instabili.

I “bluffatori”

Si tratta di una diffusa variante, molto presente nelle personalità ipertimiche, che sono portate facilmente e quasi automaticamente a mentire, presentando agli altri, ma soprattutto a se stessi, realtà diverse e spesso in contraddizione con i fatti reali.

La psicoterapia

Nel caso degli ipertimici, la risposta alla psicoterapia generalmente è solo parziale. Conviene assumere, pur in conformità del metodo, un atteggiamento fermo, rassicurante, anche ripetitivo sui punti e sulle le regole fondamentali del trattamento. Lo psicoterapeuta deve essere sempre consapevole di trovarsi di fronte ad una personalità fatua, immatura, con la tendenza a sottovalutare tutti i suoi problemi a causa di una propensione tipica alla superficialità e ad un’irrealistica fiducia in se stesso.

Il fatto di aver intrapreso il trattamento non deve far presumere, generalmente, una reale presa di coscienza dei propri problemi, ma può derivare, più spesso, da una decisione impulsiva e poco meditata.

Il terapeuta deve saper cogliere i momenti giusti, approfittando degli immancabili e brevissimi attimi di cedimento, che può intravvedere nel paziente, per problematizzare suoi tipici modi di pensare e di agire, che sono a copertura delle sue inconsce insicurezze.

Al tempo stesso, lo psicoterapeuta deve mostrarsi in grado di criticare con delicatezza, ma in senso progressivo, la smisurata ed irrealistica autostima dell’ipertimico. Nel far questo, però, deve essere attento a non smascherarlo o traumatizzarlo. Pur aiutandolo ad acquisire un’immagine più realistica e ridimensionata di sè, dovrà lasciargli sempre intravvedere più genuine modalità di affermazione.

Soprattutto, il terapeuta dovrà assumere con l’ipertimico un comportamento benevolo, ma, al tempo stesso, fermo, rassicurante, non cedevole, soprattutto quando il paziente apparirà irrequieto e confuso circa il suo reale valore.

Non di rado, questo soggetto manifesterà un grande entusiasmo iniziale per la cura, e, sollecitato dal terapeuta, riuscirà a dare voce proprio a quei sentimenti di debolezza, che tutta la sua costruzione psichica ha sempre tentato di mascherare. Tuttavia, l’analista dovrà attendersi che, già il giorno successivo a questi sviluppi, egli abbia ripreso le sue solite, automatiche difese, dando risposte evasive e “fuori tema”, spesso entusiasmato da nuovi interessi fuori dall’ esperienza analitica.

Dipenderà dalla bravura del terapeuta, dalla sua esperienza e, soprattutto, dai principi del suo metodo, capovolgere quello che poteva sembrare “ un fallimento annunciato” in un procedimento di sostanziale aiuto e di profondo cambiamento.

Le personalità depressive

Lo psicopatico depressivo, secondo Schneider ed anche Kraepelin, presenta una “disposizione affettiva abnorme”.

È come se queste personalità avessero una tendenza a negare tutti gli aspetti istintuali e vitali dell’esistenza, per ritirarsi, sempre più in solitudine, nei loro cupi e profondi meandri interiori.

Analizzando meglio questi casi, spesso si scopre che si tratta di stati molto conflittuali, che presuppongono sempre sentimenti frustrati di segno opposto, nell’ambito di un amore insospettato verso la vita, così come avviene da parte di un amante non corrisposto.

Mostrano un istintivo, originario slancio verso la vita, anzi una particolare sensibilità verso le più belle ed intense espressioni dell’esistenza, ma sembra che sia loro impossibile accedervi.

Riconosciamo, pertanto, in questi soggetti una “contraddizione dialettica” tra due opposte posizioni del sentimento. Essi ricercano nuovi significati che plachino la loro profonda malinconia, ma, non riuscendovi, s’immergono in un insuperabile senso di nichilismo e di desolazione.

Se non sono grandi intellettuali od artisti e non riescono a sublimare il loro dramma interiore, si sentono sempre oppressi da una vita che non corrisponde ai loro desideri ideali. Anzi, tutto diventa come una fatica priva di senso. Un paziente parlava della vita come di “un masso troppo pesante da far rotolare avanti.”

Anche se non arrivano a quel “sentimento di non avere sentimenti”, tipico delle gravi depressioni melanconiche, spesso questi soggetti si sentono privi di energia, di quella sana curiosità che nasce da un senso di adesione alle alternanti emozioni della vita.

Un loro intercalare frequente può essere : ”Che stanchezza!” Questa ovviamente non è soltanto una sensazione fisica, ma, piuttosto, un modo di esprimere e di somatizzare un più profondo malessere. Il soggetto si presenta come disincantato, spesso lento anche nei movimenti, come fosse privo di forze.

Spesso queste personalità, nell’esperienza quotidiana, appaiono chiuse ed introverse, come non avessero quella “voglia di parlare”, che presuppone il piacere e il conforto del dialogo intersoggettivo.

In molti casi, esse riescono meglio a comunicare attraverso la filosofia, la poesia, la letteratura, l’arte: Leopardi si relazionava alla vita come verso una madre/matrigna, disperatamente amata ed irraggiungibile, in una posizione rimasta emblematica ed universale del sentimento umano.

Questo tipo di personalità a tendenza depressiva mostra, a volte, un atteggiamento distaccato ed aristocratico. Includiamo in tale categoria le “rimuginazioni filosofiche” sul senso ultimo dell’esistenza che non si riesce mai a rinvenire. Questa impossibile ricerca porta a formulare sistemi ideologici profondamente pessimistici.

Non si può negare che, spesso , vi sia in questi soggetti anche un certo compiacimento personale nell’esporre i temi della loro infelicità, (la tipica “voluptas dolendi”). Queste persone si ritengono “superiori” all’uomo comune, che, al tempo stesso, invidiano per la sua naturalezza e per la sua immediata adesione alla vita.

Le relazioni sociali

l sentimento sociale della personalità depressiva è minimo. Spesso questi soggetti sembrano assumere un atteggiamento di distacco, quasi altezzoso, nei confronti dell’uomo comune, considerato nella sua ottusa superficialità.

Tuttavia, molto spesso, essi, nonostante il disagio emotivo interiore, hanno un buon adattamento sociale e lavorativo. Anzi, il lavoro è un’esperienza quasi terapeutica che essi vivono con molto impegno e serietà. In tal modo, spesso, l’attività lavorativa risulta un’esperienza che li premia e li salva dai propri “ abissi interiori”.

Conclusioni

Una volta, attraverso un’attenta diagnosi differenziale, si sia esclusa la presenza di una psicosi maniaco-depressiva, un trattamento psicoterapeutico dovrà cercare di “ascoltare” i problemi del paziente, nella loro concretezza ed attualità personologica.

Fondamentale è sempre mettere al centro “quella” personalità, nel suo essere unico ed assoluto , tenendo presente che essa è il risultato di tutto un percorso storico, che il trattamento dovrà far rivivere nelle sue storiche contraddizioni.

Quando i sentimenti diventano parole, attivano il fondamentale dialogo con l’Altro, che, nel caso, è il terapeuta.

Attraverso questo rapporto transferale, ecco che il soggetto prende atto delle sue contraddizioni: è al tempo stesso Io e non-Io, come due momenti essenziali della nostra vita interiore.

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